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Il giullare e la vergine

3 set
Tempo di lettura: 4 min

Custodire la fiamma

Quando lascia il regno del Leone (agosto), il Giullare non porta con sé né corona né scettro. Porta soltanto una fiamma al centro del petto.


Ha imparato a prendere il proprio posto e a non dipendere più dallo sguardo altrui per riconoscere la propria luce. Eppure, sorge in lui una nuova inquietudine: come custodire questa fiamma nel cuore della vita quotidiana ?


Il sentiero scende verso una vasta valle. L’estate volge al termine e i campi si piegano sotto il peso delle spighe.


Dopo i canti e la luce dorata del Leone, il Giullare rimane sorpreso dalla semplicità del luogo.

Cerca un tempio, ma trova soltanto un granaio.Attende un insegnamento, ma ode soltanto il fruscio dei covoni. Spera di incontrare una sacerdotessa, ma scorge una donna inginocchiata davanti a un cesto.

Senza alzare lo sguardo, gliene porge uno.


Colei che non cerca di brillare

La donna lavora in silenzio. I suoi gesti sono sobri, precisi, quasi rituali. Separa i semi, rimuove le foglie danneggiate e raccoglie le sementi per la stagione successiva.


Non cerca di brillare. Non ne ha il tempo:

il raccolto non può aspettare.


La sua luce abita nella precisione delle mani, nell’attenzione e nella cura con cui compie anche i gesti più ordinari.


Porta in sé la memoria di Demetra, la grande madre delle messi. Ella sa che la vita non consiste soltanto nel far nascere e crescere. Bisogna anche raccogliere, trasformare, conservare e preparare il futuro.


Il Giullare contempla allora il proprio cammino. Che cosa ha veramente integrato delle esperienze vissute? Quali frutti potrà portare con sé e quali antichi modi di essere dovranno essere restituiti alla terra?


La Vergine non gli chiede di acquisire nuove conoscenze. Lo invita a fare ordine in ciò che è già presente.


La trappola della perfezione

Desideroso di dimostrare di aver compreso, il Giullare esamina ogni frutto e scarta tutto ciò che gli appare imperfetto. Una macchia, una forma irregolare o il segno lasciato da un insetto bastano a condannare il raccolto.


Quando la Vergine viene a osservare il suo lavoro, trova un cesto quasi vuoto e, accanto, un mucchio di frutti che cominciano già a marcire.


Ne prende uno. La buccia è irregolare e macchiata, ma la polpa è matura e profumata.

— Cerchi ciò che è vivo… o ciò che è perfetto?


Il Giullare comprende allora che il suo desiderio di perfezione nasconde una paura: quella di sbagliare, di deludere e di non essere degno di proseguire il viaggio.

I frutti scartati gli rimandano l’immagine di ciò che ancora rifiuta di riconoscere in se stesso: le sue debolezze, le sue contraddizioni e le sue ferite.


Jung chiamava Ombra quella parte della psiche che l’Io respinge perché non corrisponde all’immagine ideale che vorrebbe offrire di sé.


Eppure, ciò che releghiamo nell’ombra non scompare. Continua ad agire a nostra insaputa e spesso finisce per essere proiettato sugli altri.


Il cammino di individuazione non chiede al Giullare di diventare perfetto, ma di diventare più intero.


Qui la Vergine rivela il proprio lato oscuro: il suo discernimento può trasformarsi in giudizio, il desiderio di purezza può imprigionarla nel controllo e il senso del servizio può condurla all’esaurimento.


Può trascorrere la vita a prepararsi senza sentirsi mai pronta, correggendosi continuamente invece di consentire a se stessa di vivere.


Ma la perfezione, così come la immagina l’Io, non appartiene al mondo incarnato. Ciò che vive è irregolare, vulnerabile e mutevole.


La purezza nel cuore dell’ombra

Sul far della sera, la Vergine conduce il Giullare in una piccola stanza nel cuore del granaio. Una lampada arde davanti a una coppa vuota.


Nella penombra, egli scorge una Madonna Nera. Il suo volto ha il colore della terra profonda.

— Perché è nera? domanda.

— Perché l’oscurità non è un’impurità. È anche il grembo silenzioso nel quale i semi attendono di rinascere.


Il Giullare comprende allora che la vera purezza non consiste nel rimanere separati dal mondo per conservarsi intatti. È la capacità di attraversare l’ombra senza perdere il legame con la luce.


In questa Madonna Nera, Demetra e Maria sembrano ricongiungersi. L’una custodisce i semi nelle profondità della terra; l’altra accoglie in sé ciò che cerca di prendere corpo. Al di là di ogni appartenenza religiosa, manifestano lo stesso archetipo: quello di un femminile capace di accogliere, portare e trasformare.


La Vergine indica allora la lampada.

— Hai ricevuto questa fiamma nel regno del Leone. Ora devi imparare a mantenerla viva nel cuore stesso della notte. Ogni giorno dovrai offrirle un poco d’olio. Nessun grande insegnamento potrà farlo al posto tuo.


Prepararsi all’incontro

Questo lavoro prepara già il Giullare al regno della Bilancia. Ciò che non riconosce in se stesso, infatti, rischia di proiettarlo sull’altro. Se rifiuta la propria fragilità, la condannerà in chi incontrerà. Se si crede incompleto, chiederà all’altro di completarlo.


Prima di poter dire « noi », deve imparare a prendersi cura di ciò che è diventato.

Al momento della partenza, la Vergine gli pone nel palmo della mano un chicco di grano.

— Non cercare di diventare perfetto. Cerca soltanto di rimanere fedele a ciò che, dentro di te, chiede di vivere.


Il Giullare riprende il cammino. La fiamma del Leone arde ancora nel suo petto, ma non è più un fuoco che esige di essere ammirato.


È diventata una presenza silenziosa, alimentata dall’attenzione, dal discernimento e dalla fedeltà ai gesti quotidiani.



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